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1930-1960 – Trenta anni di Cinema tra Livorno e la Pisorno

Aggiornato il: 29 gen 2019

La storia del cinema a Livorno nel trentennio che va dal 1930 al 1960 deve essere delineata soprattutto attraverso la nascita e l’attività degli stabilimenti Pisorno, a Tirrenia, e le decine di film che hanno scelto la città labronica come location.


E’ infatti nel 1934, nell’ambito della "politica cinematografica" che il Fascismo volle instaurare con chiari fini propagandistici, che il regista e produttore Gioacchino Forzano acquista dall’Ente Autonomo Tirrenia un appezzamento di terreno sul quale decide di costruire degli stabilimenti cinematografici di prim’ordine.

La Pisorno - questo il nome dato agli studios vista la vicinanza ai due capoluoghi toscani Pisa e Livorno - diventa infatti l’impianto più moderno esistente in Italia con il teatro di posa più grande d’Europa. Il progetto dell’architetto Antonio Valente dà volutamente origine a una struttura di tipo industriale; la varietà e la bellezza paesaggistica della zona, che passa rapidamente dalla campagna alla costa, dalla provincia a città come Livorno e Pisa, fanno il resto. Tra il ‘34 ed il ‘42 negli studios di Forzano viene girato in media un film l’anno; tuttavia gli stabilimenti stentano a decollare, prima di tutto a causa della concorrenza di Cinecittà, nata nel 1937, e in secondo luogo per l’alto costo della manodopera locale.


Neanche l’appoggio del Regime risolleva la situazione. Arriva infatti la guerra a devastare gli stabilimenti. La vita cinematografica della piccola frazione pisana crolla al minimo storico fino almeno agli anni ’50 quando si vede protagonista di produzioni ambiziose come Enrico Caruso di Gentilomo (1951) con G. Lollobrigida e Imbarco a mezzanotte (1953) di Joseph Losey, grande nome del cinema mondiale in fuga dagli Stati Uniti perché accusato di filo-comunismo. Le due pellicole, tuttavia, non hanno il successo sperato e nel marzo 1959 la Società Cinematografica Immobiliare Pisorno fallisce.

Gli studios riapriranno nel 1961 con il nome Cosmopolitan ma ormai, nonostante gli sforzi di due produttori internazionali come Carlo Ponti e Maleno Malenotti, le vicende del cinema a Tirrenia sembrano essere maledette. Alcune strutture vengono soppresse, i macchinari dati in affitto e i lavoratori rimangono disoccupati per molti mesi l’anno. Neanche film come I sequestrati di Altona (1962) di Vittorio De Sica e Cyrano e D’Artagnan (1963) di Abel Gance migliorano la situazione.

Nel 1969, dopo le riprese de L’assoluto naturale di Mauro Bolognini, l’industria cinematografica toscana chiude definitivamente i battenti con all'attivo più di 150 film.

Tra questi tante pellicole interpretate e firmate da nomi illustri come Mario Mattoli (L’uomo che sorride, del 1936 con Vittorio De Sica, Il pirata sono io, del 1940 con Macario), Luigi Zampa (Fra’ Diavolo, 1942 e Frenesia d’estate del 1963 con Vittorio Gassman), Mario Monicelli (Casanova’70, 1964 con Marcello Mastroianni), Cristhian Jaque (Madame sans gene, 1961 con Sophia Loren), Eduardo De Filippo (In campagna è caduta una stella del 1940) e molti altri.


Parallelamente all’attività della Pisorno, anche Livorno ottiene a partire dal dopoguerra un grande successo come location cinematografica. I registi rimangono affascinati dagli scorci che la città, ancora parzialmente distrutta dai bombardamenti, può offrire. Livorno è inoltre una città che regala molti giorni di sole all’anno (una media di oltre 220) e che permette scenari molto interessanti, atipici per l’urbanistica italiana - tanto più toscana - e poco conosciuti cinematograficamente parlando.


Livorno era già stata protagonista prima della guerra per alcune scene del Ben Hur di Fred Niblo (1925) e ricostruita ad Hollywood per Avorio nero (1936) di Melvin Le Roy, ma è nel dopoguerra che il cinema italiano la sceglie in media per un film l’anno. Tra il 1947, anno di Tombolo paradiso nero di Giorgio Ferrari con Aldo Fabrizi, ed il 1960 in città vengono infatti realizzate ben 14 pellicole. Scorrendone i titoli scopriamo grandi successi del cinema italiano.


Gli anni Cinquanta sono il decennio del neorealismo rosa, della commedia a toni leggeri che vede protagonisti i giovani del dopoguerra, ma Livorno offre scenari non soltanto a film di questo genere (Pellegrini d’amore di A. Forzano del 1953, Ragazze al mare di G. Biagetti del 1954 o Esterina di C. Lizzani del 1959).

Nel suo Imbarco a mezzanotte, dramma psicologico con risvolti thriller, Losey sceglie di immortalare il porto, la Venezia e altre zone della città; Luchino Visconti, nel 1957, decide addirittura di ambientare in una Livorno da fiaba il suo riadattamento de Le notti bianche, con Marcello Mastroianni e Maria Schell, e fa ricostruire quasi interamente il quartiere La Venezia a Cinecittà.


E' così che arriviamo alle soglie del periodo più florido per il cinema italiano. Gli anni ’60 con la gloriosa Commedia all’italiana che analizza, attraverso un genere leggero contaminato da componenti drammatiche, la società del boom economico con i suoi pochi pregi ed i suoi tanti difetti. Ed è proprio nel 1960 che Luigi Comencini ambienta a Livorno alcune scene del suo capolavoro Tutti a casa con Alberto Sordi; il Calambrone, la Venezia e altre zone della città fanno da sfondo al disperato ritorno a casa di tre commilitoni all’indomani dell’armistizio dell’ 8 settembre del 1943.

Dopo Tutti a casa passeranno tre anni prima che il Cinema torni sulla costa livornese, ma lo farà con un pellicola destinata a rimanere nella memoria di tutti. Un road-movie, il primo in Italia, che farà sorridere e piangere allo stesso tempo. Che farà capire quali rischi il boom economico avrebbe portato nelle case degli italiani, ormai abbrutiti dalla bramosia di successo e di denaro. Il sorpasso di Dino Risi.

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